Maria Boschetti Alberti

La classe di Maria Boschetti Alberti a Muzzano
Nata a Montevideo in Uruguay da una famiglia di emigrati svizzeri e formatasi alla Scuola Normale di Locarno, Maria Boschetti Alberti (1884-1951) ha cominciato giovanissima, a quindici anni, la sua carriera di maestra itinerante in alcuni paesini svizzeri. L’inizio non è dei migliori: insegna secondo l’uso corrente, ma ciò la annoia e ne spegne ogni entusiasmo. La scuola le sembra rigida, fredda,  un luogo privo di gioia e di reale contatto umano. Scriverà nel Diario di Muzzano (1939), la sua opera principale: “In quei tempi – fino al 1916 – non avevo amore per i miei scolari. Eravamo anzi nemici. Io, da una parte, sulla cattedra, ritta, severa come una divinità antica: loro, dall’altra, separati da me da un muro di ghiaccio. Non potendo amare i miei alunni, non amavo neanche la scuola”. Decisa a reagire a questo stato di cose, intraprende del 1916 un viaggio in Italia, al fine di conoscere le innovazioni pedagogiche del nostro paese e trarne ispirazione. A Milano e Roma visita scuole per bambini anormali, ma è soprattutto il metodo Montessori a richiamare la sua attenzione. A Milano visita l’Umanitaria, una scuola per poveri retta secondo il metodo montessoriano, e ne viene fortemente colpita.
Nominata maestra a Muzzano (presso Lugano), nel 1917, comincia subito la sua sperimentazione educativa, provando ad adattare il metodo montessoriano alla scuola pubblica. Le sue innovazioni suscitano nell’ambiente del paese una ostilità che sfocia in una indagine richiesta dai genitori degli alunni, in base alla quale le vengono contestate una serie di mancanze di carattere formale e burocratico. si trasferisce quindi ad Agno, dove ha modo di sviluppare le proprie sperimentazioni educative rendendosi progressivamente autonoma dal metodo Montessori e dando vita a quella che, con un termine di Lombardo Radice, chiamerà scuola serena, che presto suscita interesse e consensi di alcuni autorevoli esponenti del mondo pedagogico, tra i quali Adolphe Ferrière.
Tra le sue opere, oltre al citato Diario di Muzzano: La disciplina nella libertà (1927), La scuola serena di Agno (1928), Ricordi della scuola di Agno (1938).



La scuola serena

Tra le cose che Boschetti Alberti aveva ammirato maggiormente all’Umanitaria c’era la serenità, l’ordine, il piacere spontaneo con il quale i ragazzi si dedicavano al lavoro scolastico, così apertamente in contrapposizione con la noia ed il malessere che aveva sperimentato nella sua scuola. Come fare per introdurre anche nella scuola pubblica questo clima sereno e positivo? Boschetti Alberti cominciò, a Muzzano, con alcune innovazioni ispirate al metodo Montessori. La vita scolastica cerca di armonizzare le esigenze del singolo e della comunità. Di qui i due principi fondamentali dell’ordine, che è rispetto della vita comune, e della libertà, che è la salvaguardia dei bisogni individuali. Per favorire l’apprendimento vengono introdotti dei materiali ispirati a quelli montessoriani, anche se meno raffinati ed autoprodotti, ma le innovazioni più importanti sono con ogni probabilità quelle che riguardano la relazione tra la maestra e gli studenti. Con grande cura e sensibilità Boschetti Alberti cerca di creare degli spazi di confronto e di espressione, dedicando del tempo alla libera conversazione con gli studenti – per lo più figli di contadini – e mettendo a loro disposizione un quaderno sul quale potranno annotare tutto ciò che vorranno. 
I risultati furono negativi, giudicati con i parametri della scuola di allora: e di qui le ostilità di cui s’è detto. Ma Boschetti Alberti operava ad un livello più profondo: risvegliare negli studenti un amore reale per il sapere, rispettarne l’identità culturale e la differenza, dar loro la parola. 
Ad Agno il suo metodo si fa più consapevole. Il senso della scuola le si chiarisce come segue: “far passare alcune ore del giorno in un ambiente di calma a questi poveri ragazzi che vivono fra persone affaticate e stanche in un ambiente nervoso; far conoscere il bello, inebriare del bello questi poveri tipi che hanno  tanto  di  lurido  e  di  squallido  intorno  a  loro;  far  respirare  in  un  ambiente  di educazione  e  di  finezza  queste  povere  anime  che  già  conoscono  parecchie,  troppe brutture  della  vita  e  che  di  educazione  e  di  finezza  non  hanno  alcuna  idea”. Viene in primo piano, nella riflessione di Boschetti Alberti, il tema della qualità della vita scolastica, che in genere viene sacrificato al risultato, al sistema di apprendimenti che si chiede alla scuola di far raggiungere agli studenti. La scuola non è vera scuola se non vi si sta bene; e non educa, ossia non fa crescere nella verità e nella bellezza, se non v’è il massimo rispetto della individualità degli alunni. L’autoritarismo, la freddezza nei rapporti umani, le punizioni ed i ricatti, che così tristemente caratterizzano spesso la scuola, sono incompatibili con qualsiasi autentica educazione.
La scuola serena esige anche un setting adeguato. Quello tradizionale (i banchi e la cattedra) è pensato in base ad esigenze non educative, ma di controllo. Che fare? In una scuola privata sperimentale si possono ripensare gli spazi; nella scuola pubblica basta mettere i banchi lungo le pareti e liberare lo spazio, come Boschetti Alberti fece. La giornata scolastica ad Agno comincia con la preghiera, cui segue l’accademia, un’ora dedicata al bello ed al bene affidata interamente alla creatività degli studenti. Durante quest’ora potevano leggere una poesia,  mostrare un disegno, allestire insieme una rappresentazione teatrale, curando anche l’aspetto dell’aula. E’ la scuola libera da ogni impaccio burocratico, pura espressione; ed è, anche, l’educazione etica ed estetica sfondata da ogni moralismo e da ogni passiva trasmissione di valori e regole morali. I bambini si appassionano spontaneamente al bello, perfezionano il gusto, riflettono sul bene attraverso le storie, entrano con leggerezza nel mondo dei valori. Il problema di conciliare la necessità di seguire un programma ministeriale con il bisogno di rispettare i ritmi e la libertà di apprendimento di ciascuno studente è risolto da Boschetti Alberti redigendo un programma per ogni disciplina, con una sreie di temi tra i quali lo studente poteva scegliere quelli più vicini ai suoi interessi. I progressi compiuti venivano verificati durante il controllo del lavoro, che seguiva l’accademia. Non si trattava di un controllo dei compiti svolti, ma del necessario intervento di indirizzo e di sostegno al lavoro autonomo. Lo studente è il protagonista del suo apprendimento; ma la maestra gli dà suggerimenti, gli indica gli errori, lo incoraggia e stimola interessi ulteriori. Lo studente apprende realmente, se parte da propri interessi; e può partire dai propri interessi solo se viene lasciato libero. E’ su questa intuizione che si basa tutto il lavoro della scuola di Agno.  Dopo il controllo del lavoro è il momento della lettura da parte della maestra, cui seguiva il lavoro libero.  Boschetti Alberti distingue due aspetti della libertà del lavoro scolastico: la libertà di modo e la libertà di tempo.  La prima è la libertà di lavorare secondo il metodo preferito, senza alcuna necessità di uniformità. Gli studenti possono lavorare da soli o in gruppo, usare il quaderno o la lavagna, e così via. La libertà di tempo è la possibilità di seguire i propri personali tempi di apprendimento, scegliendo quanto tempo dedicare ad un argomento o ad un esercizio. Nel pomeriggio le lezioni continuano con la conferenza di uno studente a turno su un argomento specifico. La disciplina della conferenza è fissa (ogni giorno è dedicato  interamente ad una delle tredici materie di studio), ma anche in questo caso lo studente ha la libertà di scegliere quale argomento trattare all’interno di quella disciplina. La giornata scolastica si conclude con una nuova sessione di lavoro libero.
Come si vede, si tratta di una scuola che ha al centro lo studente, con i suoi bisogni ed interessi, secondo la grande lezione dell’attivismo. La scuola pubblica viene liberata dall’interno, per così dire, con un’azione che mostra la possibilità di aprire le istituzioni anche quando esse paiono ormai sclerotizzate, di introdurre in esse il soffio dell’innovazione e la possibilità della gioia.

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