Le sorelle Agazzi

Le sorelle Rosa (1866-1951) e Carolina Agazzi  (1870-1945) sono nate a Vologno, in provincia di Cremona, figlie di un artigiano del legno con la passione per la musica. Dopo essersi diplomate entrambe alla Scuola normale di Brescia hanno iniziato ad insegnare nel 1899 nella stessa scuola di Nave, un paese del bresciano:  Rosa era insegnante elementare (in una classe con 73 bambini), mentre a Carolina furono affidati circa 125 bambini dell’asilo.  Successivamente si sono spostare in diversi asili della zona, ispirandosi al metodo aportiano ed a quello fröbeliano, non mancando di introdurre elementi originali, come la musica al pianoforte.  Nel 1895 le due sorelle si ritrovano a lavorare insieme all’asilo della borgata di Mompiano, grazie all’intervento di Pietro Pasquali, pedagogista fröbeliano e direttore delle scuole elementari di Brescia, che diventerà il principale sostenitore del metodo Agazzi. All’asilo di Mompiano le sorelle metteranno a punto il loro metodo sperimentale, che presto riceverà ampi riconoscimenti ufficiali ed influenzerà anche la politica scolastica dello Stato, pur senza raggiungere la notorietà e la diffusione internazionale del metodo Montessori. Contribuirà allla diffusione del metodo la casa editrice La Scuola, una delle più importanti realtà editoriali italiane nel campo dell’educazione. Carolina Agazzi è autrice di un libro di Consigli alle famiglie (1903), mentre la sorella, più prolifica, ha scritto tra l’altro: La lingua parlata (1910), L’arte delle piccole mani (1927), Guida per le educatrici dell’infanzia (1929) e Conversazioni sulla scuola materna (1950).

Il metodo

Alcuni contrassegni
La formazione e le prime esperienze educative delle sorelle Agazzi avvengono all’insegna del fröbelismo, metodo di cui tuttavia non tardano a cogliere i limiti, soprattutto per come esso si presenta nei suoi continuatori ed epigoni. Intervenendo nel 1898 al congresso pedagogico di Torino (lo stesso cui partecipa Maria Montessori), Rosa Agazzi propone la sua critica al fröbelismo, che è in realtà soprattutto una critica all’applicazione formale e stanca che del metodo fanno le maestre. Non bisognava rinunciare a Fröbel, ma reinterpretarne lo spirito, sfrondandolo invece dagli elementi più astratti ed intellettualistici, come il misticismo ed un uso rigido del materiale (i doni). Il punto di partenza di questo ripensamento non poteva essere che il bambino: occorreva tornare a considerare la realtà del bambino nella sua autenticità e freschezza e rispettarne soprattutto la libertà. Non più il bambino sottoposto ad infiniti esercizi per modellarne il comportamento, ma il bambino che vive nell’asilo come a casa propria: e la denominazione di scuola materna vuole  evidenziare questa continuità. I bambini sono operosi non meno che nelle Case dei bambini montessoriane, ma in questo caso si tratta soprattutto di attività di vita pratica. I bambini non sono assistiti, ma devono occuparsi loro stessi di tutto ciò di cui ha bisogno la scuola. Da un lato, dunque, devono prendersi cura di sé (lavarsi – cosa cui si riserva una cura particolare – pettinarsi, vestirsi ecc.) ed aiutare i bimbi più piccoli che non sono autonomi, dall’altro devono compiere tutte le attività necessarie alla vita collettiva: andare a prendere l’acqua, lavare le stoviglie, sistemare la provvista della legna, pulire le suppellettili... I bambini sono costantemente all’opera, sotto lo sguardo attento dell’educatrice, che vigila che tutto si svolga in ordine. In queste attività pratiche si incarna l’ideale di una vita operosa e solidale, che è un ideale al tempo stesso etico ed estetico. I bambini apprendono l’importanza e la bellezza dell’ordine e dell’armonia tanto delle cose quanto degli atti, e si aprono alla collaborazione ed al sostegno reciproco. Sanno di avere la responsabilità della casa che abitano; quelli più grandi, di cinque o sei anni, hanno inoltre la responsabilità di insegnare a quelli più piccoli, di tre anni, la cura personale. In un simile ambiente educativo la massima libertà individuale si armonizza così naturalmente con la collaborazione ed il lavoro comune.
Anche la scuola materna agazziana ha il suo materiale. Non si tratta di materiale scientifico, appositamente preparato, ma proprio degli oggetti di uso comune e collettivo, che i bambini imparano ad usare nelle loro attività quotidiane. Vi sono poi gli oggetti personali, ognuno dei quali ha un suo contrassegno, una immagine facilmente riconoscibile (oggetti comuni per i più piccoli, forme geometriche per i più grandi), che è segno distintivo di ogni bambino ed indica la sua proprietà dell’oggetto. Attraverso i contrassegni i bambini imparano a riconoscere e rispettare il principio di proprietà, ma non solo. Ogni contrassegno ha un nome, che viene ripetuto più volte. Ascoltando il nome del proprio contrassegno e quello dei contrassegni altrui, il bambino arricchiscono il proprio lessico, associando il nome all’immagine. Si avvia così l’educazione linguistica, che verrà completata con il dialogo vivo con la maestra. In fine, vi sono le cianfrusaglie senza brevetto, cose di nessuna importanza che si trovano normalmente nelle tasche dei bambini: bottoni, pezzi di spago, conchiglie,  scatolette, tappi di sughero e così via. Questo materiale eterogeneo e povero dà vita ad un vero museo delle cianfrusaglie ed è la base per una grande varietà di esercizi che permettono l’affinamento della percezione sensoriale e del gusto estetico.  I materiali casuali raccolti in una scatola possono ad esempio servire per un esercizio di discriminazione e riconoscimento dei colori, oppure possono essere divisi in base al materiale, o ancora in base alla grandezza. Tutto è affidato alla creatività della maestra e dei bambini, che sapranno trarre di volta in volta le migliori occasioni di esperienza dal materiale disponibile. Ogni attività è accompagnata dal dialogo e dalla discussione. La maestra stimola l’espressione spontanea dei bambini, senza però fermarsi ad essa, ma invitandoli anche a riflettere sulle parole, distinguendo ad esempio le parole di due sillabe da quelle di tre sillabe, o analizzando i diversi accenti. L’espressione linguistica si sublima poi nel canto, che ha una importanza  centrale nel metodo agazziano. anche in questo caso, i bambini vengono invitati al canto spontaneo attraverso l’imitazione della maestra, e gradualmente sono indotti a riflettere sulla giusta intonazione ed affinano la propria voce, fino a giungere all’armonia del canto comune.
Se Montessori, partita da una visione rigorosamente scientista, è approdata con gli anni ad una spiritualità non priva di influenze orientali, la pedagogia delle sorelle Agazzi si inserisce nella cornice della tradizione cattolica: un dato da considerare, se ci si interroga sulle ragioni del successo del metodo agazziano in quell’Italia fascista che invece ha considerato con sospetto, fino a rifiutarlo come una visione del mondo estranea ed eterodossa, il pensiero montessoriano.

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