Palcoscenico e retroscena

A meno che non ci troviamo in un paese di cui non conosciamo la lingua, non è difficile per noi chiedere un’informazione ad uno sconosciuto. Rispondere ad un saluto è per noi un atto quasi automatico: sappiamo quali sono le espressioni verbali e non verbali da impiegare con quella determinata persona; sappiamo che possiamo salutare un amico con un familiare "ciao", mentre per una persona con cui abbiamo relazioni più formali è preferibile un "arrivederci". Quando siamo in treno, sappiamo di non poter attaccare discorso con chi ci sta di fronte senza qualche fondato pretesto, se non vogliamo apparire poco educati. Tutte queste cose, che ci sembrano assolutamente naturali, comportano in realtà un complesso sistema di regolazione dei nostri rapporti interpersonali. Per quanto possa sembrarci spontanea, una semplice conversazione segue in realtà una serie di regole ben precise, il cui mancato rispetto provoca conseguenze vistose.

Agli inizi del Novecento il sociologo Gabriel Tarde auspicava la creazione di una vera e propria "conversazione comparata", che confrontasse i modi di conversare nelle diverse culture. Da allora, molti progressi sono stati fatti nella comprensione dell’interazione umana e delle relazioni interpersonali. Nei nostri rapporti con gli altri siamo guidati da una fondamentale fiducia nel prossimo. Quando chiediamo un’informazione, siamo certi che la persona interpellata farà di tutto per aiutarci, quando conversiamo, siamo certi che il nostro interlocutore non se ne andrà bruscamente, quando salutiamo diamo per certo che l’altro risponderà al saluto. Su cosa si basa questa fiducia? Se l’altro fosse assolutamente libero di comportarsi come gli pare, probabilmente questa fiducia non sarebbe possibile. A chiunque sarebbe concesso di piantare di stucco l’interlocutore durante una conversazione e di andarsene. Ma questo succede raramente. La nostra fiducia si basa dunque sul fatto che gli altri nella vita quotidiana, incontrandosi con altri, sono attori che seguono un copione con margini di improvvisazione limitati e con la necessità di ottenere il gradimento del pubblico. Questa metafora teatrale è stata impiegata dal sociologo Erving Goffman nel volume La vita quotidiana come rappresentazione (The Presentation of Self in Everiday Life, 1959).
Secondo Goffman, quando siamo in presenza di uno o più osservatori cerchiamo di trasmettere loro le impressioni che preferiamo, mettiamo in scena una rappresentazione, impiegando una serie di tecniche di controllo delle impressioni che la sociologia ha il compito di studiare. In modo intenzionale o non intenzionale, noi costruiamo sempre una facciata. Se vogliamo ingannare qualcuno, dobbiamo fare attenzione a presentarci in modo da apparire come persone affidabili, trovare un tono adatto, vestirci secondo i canoni correnti di abbigliamento rispettabile. Anche quando siamo sinceri, però, facciamo ricorso a mezzi espressivi che facciano comprendere che stiamo dicendo la verità; costruiamo cioè una facciata. Noi siamo sempre immersi nella comunicazione con gli altri, ma non in tutte le situazioni si tratta dello stesso tipo di comunicazione. Aspettando un autobus, noi prendiamo atto della presenza degli altri e comunichiamo loro questa presa d’atto. Lo facciamo ricorrendo a forme di comunicazione non verbale: principalmente uno sguardo sfuggente, con il quale è come se dicessimo "so che ci sei, ma non ti darò disturbo". E' il tipo di sguardo che le persone che non si conoscono si scambiano quando sono costrette a stare insieme in uno spazio ristretto. Questa è per Goffman l’interazione non focalizzata, caratterizzata dalla disattenzione civile (espressione contraddittoria per dire che non facciamo attenzione agli altri pur essendo consapevoli della loro presenza). Se alla fermata dell’autobus chiediamo a qualcuno a che ora passerà il prossimo autobus, passiamo da una interazione non focalizzata ad una interazione focalizzata. Possiamo così abbandonare la disattenzione civile e guardare il nostro interlocutore, anche se ci sono proibite molte altre cose: non possiamo dargli del tu, non possiamo avvicinarci troppo, non possiamo toccarlo; o meglio, non possiamo fare queste cose senza incorrere nella disapprovazione sua e di chi si trovasse ad assistere alla scena. Se ci capita di toccare inavvertitamente il corpo di qualcuno che non conosciamo, generalmente ce ne scusiamo. Insomma, nelle nostre interazioni sociali seguiamo un vero e proprio rituale. L’altro, nota Goffman, è paragonabile ad un oggetto sacro, che si può maneggiare solo a condizione di prendere una serie di precauzioni rituali, che sono appunto tutte le nostre regole di cortesia, le buone maniere, le norme non scritte sulla distanza personale, e così via. Poiché i rapporti umani sono reciproci, non soltanto gli altri sono sacri per noi, ma anche noi siamo sacri per gli altri. Nello scambio con l’altro, emergono quindi degli individui dotati di una identità forte, sacrale, intangibile. In questo senso, si può dire che la nostra identità non è soltanto condizionata dalla società, ma nasce realmente all’interno dell’ordine cerimoniale delle interazioni sociali. L’interazione umana, dunque, è simile ad una rappresentazione teatrale e ad un sistema cerimoniale. La vita di un teatro, però, non si svolge tutta sulla scena. Per Goffman, noi disponiamo di un retroscena, nel quale possiamo allentare la tensione che ci procura il fatto di dover recitare sul nostro palcoscenico quotidiano. Nel retroscena siamo molto più liberi, ci concediamo cose di cui ci vergogneremmo in pubblico, come "cantarellare, fischiare, masticare, rosicchiare, ruttare e avere flatulenze". Questo spazio privato e libero può essere assolutamente individuale, ma può anche essere condiviso con altri. È il caso del mondo del lavoro. Dei commessi sono tenuti ad essere gentili e disponibili con i clienti, anche con quelli intrattabili; nei momenti in cui i clienti non sono presenti, sono liberi di sfogarsi, riempendoli di insulti o facendone la caricatura. Goffman riscontrò un atteggiamento simile nei camerieri di un hotel delle isole Shetland, ma è diffuso in tutti i settori lavorativi ed in tutti i gruppi umani.

Bibliografia
G. Tarde, L’opinion et la foule (1901), Les Presses Universitaires de France, Paris 1989.
E. Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione (1959), Il Mulino, Bologna 1969.

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