La pragmatica della comunicazione

Le nostre parole comunicano, i nostri gesti comunicano, il nostro silenzio comunica. Comunica, anche, il nostro modo di disporci spazialmente nei confronti degli altri. Comunica il nostro modo di vestirci. In un certo senso si può dire che realmente l’abito fa il monaco, perché vestendoci in un certo modo scegliamo consapevolmente l’immagine di noi stessi da offrire agli altri, decidiamo di rassicurarli, di spaventarli, di sedurli, di suscitare rispetto. Se è così, allora non c’è modo di non comunicare. Siamo condannati a comunicare. È proprio questa una delle conclusioni cui sono giunti tre studiosi del Mental Research Institute di Palo Alto, in California: Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson. In un libro pubblicato nel 1967, che è diventato un classico della psicologia, questi autori hanno studiato la pragmatica, ossia l’aspetto comportamentale, della comunicazione umana, giungendo a fissare alcuni assiomi della comunicazione.
Il primo di questi assiomi è: non si può non comunicare. Comunicare è un comportamento. I comportamenti umani possono variare, ma non possono mai lasciare il campo ad un non-comportamento. Qualunque cosa l’uomo faccia, l’uomo sta attuando un comportamento; e, dal momento che ogni comportamento comunica qualcosa, ognuno di noi comunica, qualunque cosa faccia.
L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda, o il passeggero d’aereo che siede con gli occhi chiusi, stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare con nessuno né vogliono che si rivolga loro la parola, e i vicini di solito ‘afferrano il messaggio’ e rispondono in modo adeguato lasciandoli in pace. Questo, ovviamente, è proprio uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una discussione animata.
Questa conclusione ha incontrato grande successo, ma anche diverse critiche. Sicuramente chi resta in silenzio comunica e, come abbiamo visto con l’esempio del Buddha, può comunicare anche qualcosa di profondamente importante. Ma, in genere, non definiamo comunicativa una persona molto silenziosa. Il suo silenzio comunica, ma comunica, paradossalmente, l’intenzione di non comunicare. Una persona che cercasse di chiarire i problemi con il proprio partner, e si trovasse di fronte un muro di silenzio, ne dedurrebbe l’incomunicabilità e la necessità di riconoscere la fine di quel rapporto. La persona che fa colazione alla tavola calda senza guardare nessuno sicuramente comunica, ma si tratta di una comunicazione che stronca sul nascere qualunque scambio con gli altri. L’uomo trasmette un messaggio al quale corrisponde l’evitamento da parte degli altri. Ugualmente, la persona che rifiuta il confronto provoca l’allontanamento del partner. In tutti questi casi c’è un unico scambio comunicativo che blocca tutti gli altri possibili scambi comunicativi. C’è una comunicazione che tronca la possibilità di un’ulteriore comunicazione.
Ciò non avviene solo attraverso il silenzio. Risposte evasive, monosillabiche, fatte con tono infastidito, o affermazioni imperative, a voce alta, suscitano lo stesso effetto. Esse non trasmettono solo un contenuto, ma impongono anche un comportamento all’interlocutore. Ugualmente, una risposta affettuosa, simpatica ad una semplice richiesta di informazioni (sull’ora, ad esempio) contiene un invito all’interlocutore ad approfondire la relazione. In altri termini, i nostri messaggi contengono un secondo livello, una specie di messaggio nascosto, con il quale cerchiamo di indurre gli altri ad assumere un determinato atteggiamento. È quel che afferma il secondo assioma della pragmatica della comunicazione:
Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione in modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione.
Detto in modo più semplice, ognuno di noi deve interpretare i messaggi che provengono dagli altri, badando al tono, ala gestualità, ad ogni aspetto che può incidere sul significato di quel messaggio. Un "Tu sei proprio stupido" può assumere molti significati diversi, a seconda che sia detto con un tono iroso, o ridendo, o facendo una carezza. Il tono, la risata e la carezza comunicano dunque qualcosa sul messaggio: per questo si tratta di metacomunicazione. Il secondo assioma della pragmatica della comunicazione ci consente di riconoscere alcune trappole della comunicazione quotidiana. Frequentemente utilizziamo la discrepanza tra aspetto di contenuto ed aspetto di relazione per spiazzare l’interlocutore, ricorrendo alla metacomunicazione come copertura e giustificazione del messaggio manifesto, o viceversa.

A: "Sei proprio uno stupido" (sorride, ma è un sorriso non pienamente giustificato dal contesto).
B: "Come ti permetti?"
A: "Come sei permaloso. Stavo scherzando."
In questo caso A ha utilizzato l’aspetto di relazione – leggero ed amichevole – per mascherare e far passare un messaggio manifesto offensivo.
A: "Certo che hai fatto proprio un bel lavoro" (con un tono canzonatorio)
B: "Perché mi dici così? Ho fatto del mio meglio."
A: "Ma sì, infatti ho detto che hai fatto un bel lavoro."

In questo secondo caso il messaggio manifesto di A vale a coprire la l’aspetto di relazione, che è offensivo. In entrambi i casi A può esprimere critiche verso B senza assumersene la responsabilità. Entrambe gli esempi riguardano situazioni comunicative che possono sfociare in un litigio. Quando ciò accade, ognuno dei comunicanti cerca di attribuire all’altro la causa dello scontro, individuandone l’origine in una sua precisa affermazione o presa di posizione; l’altro si difenderà sostenendo che la sua affermazione non era che una risposta ad una offesa ricevuta in precedenza.

A: "Tu mi hai detto che sono uno stupido."
B: "È vero, non lo nego. Ma tu prima avevi detto che sono una persona superficiale."
A: "Ti ho detto che sei superficiale perché mi hai offeso con le tue osservazioni sul mio modo di vestire."

La schermaglia tra A e B può andare avanti all’infinito. Cosa stanno cercando di fare entrambi? Stanno cercando di individuare l’inizio di quel particolare scambio comunicativo in modo tale da poterne dare una interpretazione favorevole per sé. Detto con il linguaggio comune, si stanno confrontando su chi ha cominciato per primo. Detto con il linguaggio della Scuola di Palo Alto, ognuno dei due interlocutori cerca di punteggiare le sequenze di comunicazione, ponendo il punto d’inizio in un’affermazione dell’altro, in modo tale che le affermazioni proprie risultino essere semplicemente delle risposte, delle reazioni comprensibili e innocenti a provocazioni o altri comportamenti inaccettabili. Una persona esterna, cui A o B raccontassero del loro litigio, avrebbe molta difficoltà a farsene un’idea oggettiva. Se sarà A a raccontarglielo, concluderà che A è stato ingiustamente offeso da B e si è giustamente difeso; il contrario, se a raccontare il litigio sarà B. Lo scambio comunicativo avrà un significato assolutamente differente (contrario) a seconda che venga punteggiato da A o da B. È quello che indica il terzo assioma della pragmatica della comunicazione: la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
Abbiamo accennato precedentemente alla comunicazione non verbale. Di che tipo di comunicazione si tratta? Come rientra nel quadro teorico tracciato da questi assiomi? Essa si lega a quell’aspetto di relazione di una comunicazione che il secondo assioma distingue dall’aspetto di contenuto. In altri termini, i messaggi significativi sul piano della relazione sono affidati soprattutto agli aspetti non verbali della comunicazione. E non è difficile verificarlo. Se un uomo dicesse "ti amo" ad una donna, mantenendo un’espressione imperturbabile, avrebbe poca possibilità di essere creduto. Nel campo della relazione, le affermazioni hanno una validità limitata. C’è un linguaggio del corpo, dei gesti, del volto che esprime più liberamente e più sinceramente la verità sulla relazione. Ma in cosa si differenziano una affermazione ed una carezza? Si tratta di espressioni di due linguaggi differenti. La prima fa ricorso ad un sistema di simboli, quale è appunto il linguaggio, per denotare un oggetto. Per indicare un gatto, dico o scrivo la parola gatto, la quale però, essendo semplicemente un insieme di lettere e di suoni, non ha nessun reale legame con l’animale che indica. C’è un altro modo di indicare un gatto: quello di disegnarlo. In questo caso c’è somiglianza tra il disegno e l’oggetto indicato dal disegno. Nel primo caso io ho adoperato un modulo numerico, nel secondo un modulo analogico. Quest’ultimo esprime dunque una realtà ricorrendo ad una immagine o a una rappresentazione fisica, tangibile. L’amore, l’affetto, la solidarietà vengono espressi con gesti che esprimono immediatamente la situazione relazionale: carezzare la guancia, toccare un braccio, guardare negli occhi. Questi gesti dicono i sentimenti ed i rapporti umani in un modo infinitamente più diretto ed efficace di qualsiasi parola. Hanno però dei limiti. Non è possibile, attraverso il modulo analogico, comunicare cose complesse ed astratte – ad esempio teoremi o idee filosofiche. Non è possibile fare con il modulo analogico un discorso ipotetico ("se… allora"), oppure riferirsi al passato o al futuro. Il modulo analogico non conosce le distinzioni di tempo. Inoltre, il modulo numerico è spesso ambiguo, ed è una ambiguità che complica non poco i nostri rapporti con gli altri. Come fare per sapere se le lacrime di una persona sono di gioia o di dolore? Come distinguere il rossore dovuto alla timidezza da quello dovuto alla rabbia, o la freddezza dalla timidezza?
Il modulo numerico e quello analogico hanno entrambi dei difetti, ed è per questo che li integriamo l’uno con l’altro. Al modulo numerico manca la capacità di esprimere efficacemente contenuti di relazione, a quello analogico la capacità di esprimere messaggi astratti, complessi e non ambigui. Detto con le parole del quarto assioma della pragmatica della comunicazione,
gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico ha una sintassi logica assai complessa e di estrema efficacia ma manca di una semantica adeguata nel settore della relazione, mentre il linguaggio analogico ha la semantica ma non ha nessuna sintassi adeguata per definire in un modo che non sia ambiguo la natura delle relazioni. 
Il modulo analogico possiede unità di significato della relazione che mancano al modulo numerico, ma non sa come mettere insieme queste unità in modo tale da costruire un discorso che superi ogni ambiguità. È degno di rilievo anche il fatto che gli autori della Scuola di Palo Alto accostano il modulo analogico al processo primario di Freud e quello numerico al processo secondario. L’ambiguità del linguaggio analogico è la stessa ambiguità delle espressioni dell’Es, che è al di qua delle leggi della logica. Il modulo analogico risulterà così maggiormente presente nei bambini, nelle persone con ritardo mentale o con disturbi della personalità, in tutti coloro che non hanno un pensiero logico ben sviluppato. Questo non dovrebbe però indurre a considerare inferiore il modulo analogico, poiché si tratta di una modalità comunicativa fondamentale quando si tratta di saggiare la sincerità dell’altro: "perché è facile dichiarare qualcosa verbalmente, ma è difficile sostenere una bugia nel regno dell’analogico". Questa affermazione non è in contrasto con la considerazione del carattere ambiguo del modulo analogico, perché tale ambiguità si riferisce alla possibilità di interpretare in modi opposti una stessa espressione analogica, non alla possibilità di usare intenzionalmente il modulo analogico per ingannare. Si può piangere di gioia o di dolore, ma sicuramente un «mi dispiace» accompagnato da lacrime è considerato più sincero di un pentimento espresso in forma esclusivamente verbale (numerica). Resta tuttavia possibile esprimere intenzionalmente sentimenti falsi attraverso il modulo analogico; piangere, ad esempio, finte lacrime di dolore. Si tratta di una possibilità che i teorici della pragmatica della comunicazione sembrano ignorare, e che appare più come una patologia della comunicazione che come una modalità corrente.
Un ultimo, importantissimo aspetto da considerare, è la posizione dei comunicanti. Nella situazione che abbiamo immaginato, i due comunicanti sono amici, e quindi si trovano sullo stesso piano. Non tutte le situazioni comunicative seguono questo modello. Lo scambio comunicativo che avviene tra madre e figlia, tra docente e studente, tra dirigente ed impiegato è essenzialmente diversa. In uno scambio tra amici entrambi hanno la possibilità di alzare la voce, ad esempio, o di reagire scherzosamente alle affermazioni dell’altro; in uno scambio tra persone tra le quali vi è un ordinamento gerarchico ciò non è possibile: vi sono cose che sono consentire all’uno, e cose che sono consentite all’altro. Il dirigente può rimproverare l’impiegato, ma non è vero il contrario. La prima situazione è simmetrica: il comportamento dell’uno rispecchia quello dell’altro. Nel secondo caso abbiamo una situazione complementare, poiché i comportamenti dei due comunicanti si completano l’un l’altro. Il quinto assioma della pragmatica della comunicazione afferma dunque:
Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza. 
La superiorità di uno dei due comunicanti nell’interazione complementare può essere il risultato dell’evoluzione della relazione tra i due (ad esempio nel caso in cui un coniuge abbia raggiunto una forma di prevalenza sull’altro) oppure essere legata al ruolo (la relazione tra docente e studente, ad esempio). Nel primo caso, la normalità delle interazioni complementari è la degenerazione di un rapporto che originariamente era simmetrico (presumibilmente da fidanzati avevano un rapporto paritario). Con il tempo, uno dei due è riuscito ad assumere una posizione dominante, posizionando l’altro un gradino più in basso. Per approfondire la modalità di questo posizionamento dell’altro nella comunicazione quotidiana abbandoniamo un attimo la scuola di Palo Alto, per rivolgerci all’Analisi Transazionale.

Bibliografia
P. Watzlawick, J.H.BEavin, D.D.Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma 1971.

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