La comunicazione malata

La parola comunicazione ha una etimologia che rimanda al rendere comune ciò che si possiede. Se da una parte dunque comunicazione indica una realtà cui non si può sfuggire – non si può non comunicare, abbiamo visto – dall’altra il senso della parola è realizzato fino in fondo solo in una realtà di compartecipazione e solidarietà, in cui più soggetti condividono conoscenza, sentimenti, progetti. Una tale realtà è possibile solo ove vi sia la volontà, da parte dei soggetti, di rendere realmente comune ciò che si possiede; occorre inoltre che si sia in grado di farlo, quando se ne abbia la volontà. La mancanza di questi due aspetti (la volontà di comunicare e la capacità di farlo in modo efficace) genera una comunicazione in cui manca l’aspetto essenziale del rendere comune, sostituito da diffidenza, incomprensione, ostilità. In questo caso si può parlare di comunicazione malata. 
Le patologie della comunicazione sono state studiate dalla Scuola di Palo Alto in stretta relazione con gli assiomi della comunicazione: per ognuno dei quattro assiomi esiste una forma particolare di patologia della comunicazione. Il primo assioma afferma, come sappiamo, che non si può non comunicare. Anche il silenzio comunica. A volte comunica anche troppo, per cui si preferisce evitarlo, e scegliere una forma di comunicazione verbale, anche se inadeguata. Un uomo ha passato la sera con una donna. A notte fonda torna a casa, dove la moglie lo attende agitata. Appena entra, gli chiede: "Tu mi tradisci?". L’uomo ha tre possibilità. Può non rispondere alla domanda, ma in questo modo alimenterebbe i sospetti della moglie, ed è come se avesse risposto di sì. Può dirle la verità, comunicando in modo pieno (rendendo comune, cioè, una verità per lei dolorosa). Oppure può scegliere di eludere la domanda rispondendo in maniera evasiva o criptica. Ad esempio può rispondere così: "Che cosa vuol dire tradire?". Oppure: "A questo mondo tutti quanti tradiamo". L’uomo ha accettato di rispondere alla domanda, ma senza accettare l’impegno di rendere comune ciò che si possiede, che appartiene alla comunicazione. In questi casi, che sono piuttosto frequenti, si ricorre a frasi generiche, oppure ad un linguaggio che può essere interpretato in molti modi (quello che gli autori della Scuola di Palo Alto chiamano schizofrenese), o ancora ci si può contraddire sfacciatamente, si possono interpretare le affermazioni dell’interlocutore in modo palesemente distorto: in altri termini, si cerca con ogni mezzo di squalificare la comunicazione
Una seconda patologia molto frequente, in relazione con il secondo assioma della pragmatica della comunicazione, è la disconferma. Il secondo assioma riconosce nella comunicazione un aspetto di contenuto ed un aspetto di relazione. Quest’ultimo riguarda la nostra identità. Comunicando, io propongo all’altro – al livello della relazione - una certa immagine di me stesso. L’altro ha tre possibilità: a conferma, il rifiuto e la disconferma. Madre e figlia sono un negozio di abbigliamento. La figlia ha tredici anni ed in famiglia è ancora considerata una bambina, mentre lei comincia a percepirsi come una "adulta". Nel negozio la figlia vede un abito un po’ audace, certamente non infantile, e lo indica alla madre: "Mi compri quello?" Questa richiesta contiene, al di là del contenuto, un messaggio ben preciso a livello di relazione: "Io non sono più una bambina, ed è giusto che cominci ad indossare abiti da grande". La madre può accettare questa richiesta ("Sì, penso che ti starebbe bene, lo prendiamo") e l’immagine di sé che ad essa è legata ("In fondo non sei più una bambina"), o rifiutarla, mettendo in discussione l’immagine di sé proposta dalla figlia ("No, quel vestito non va bene per te, sei ancora troppo piccola"), oppure può negare la legittimità stessa di quella richiesta: "Chi sei tu per scegliere cosa comprare? Si compra quello che dico io". 
La disconferma è un comportamento pericoloso, che ha conseguenze gravi sulla salute psichica di chi si trova a subirla. Gli studi hanno ipotizzato addirittura un legame tra disconferma e schizofrenia, dal momento che un soggetto che subisca una costante disconferma non riceve solo una negazione dell’immagine di sé ("tu non sei così"), ma una negazione di sé come fonte legittima delle proprie affermazioni ("tu non esisti"). 
Le ricerche sulla comunicazione hanno consentito di mettere in luce un altro fenomeno particolarmente importante nella genesi della schizofrenia: il doppio legame. Per doppio legame si intende una forma di comunicazione paradossale, vale a dire una situazione comunicativa contraddittoria che non consente alcuna soluzione. Il doppio legame si verifica in un contesto caratterizzato da relazioni interpersonali sono intense (nella famiglia, in primo luogo) allorquando un soggetto dà un messaggio che è intimamente contraddittorio, perché afferma qualcosa ed al contempo afferma una cosa contraria riguardante la propria affermazione, senza che il destinatario possa sottrarsi al dovere di reagire a quel messaggio. Il classico esempio è quello dell'ingiunzione "sii spontaneo": per rispondere a questa ingiunzione bisognerebbe adeguarvisi, ma adeguarsi all'ingiunzione di essere spontaneo significa agire secondo quanto richiesto da un altro, e quindi non essere spontaneo. Situazioni comunicative di questo genere possono capitare sporadicamente, lasciandoci confusi ed irritati; quando diventano la norma delle relazioni comunicative, quando il paradosso diventa abituale, il sistema diventa schizofrenico. La malattia del sistema diviene evidente in uno dei suoi membri, ma è tutto il sistema ad essere malato. Lo schizofrenico va visto, in base a questa teoria, come il rappresentante di un sistema caratterizzato da un modello comunicativo schizofrenico. La terapia, di conseguenza, non può riguardare il singolo individuo, ma deve coinvolgere l'intero sistema, principalmente la famiglia. 
Una storia raccontata da Watzlawick in Istruzioni per rendersi infelici mostra in modo efficace e divertente il fenomeno della profezia che si autoavvera, che è la più frequente distorsione della punteggiatura delle sequenze comunicative: 
Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e di farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo vuole prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l'ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l'esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui, solo perché possiede un martello. Adesso basta! E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questi abbia il tempo di dire "Buon giorno", gli grida: "Si tenga pure il suo martello, villano!"
Tutti noi tendiamo a punteggiare a nostro favore le sequenze degli scambi comunicativi cui abbiamo preso parte, in modo tale da far apparire le nostre affermazioni (o insulti) come risposta a quelle altrui, ignorando o fingendo di ignorare la circolarità della comunicazione. Nelle profezie che si autoavverano questa punteggiature avviene con sequenze comunicative non reali, ma solo possibili. Io interpreto la mia affermazione come risposta ad una possibile, ma certa, affermazione altrui. Purtroppo gli esempi di questa patologia della comunicazione non sono sempre innocui o divertenti come quello dell'uomo del martello. È proprio questo meccanismo, ricordano gli autori di Palo Alto, che scatena a livello mondiale la corsa agli armamenti. Lo stato A afferma di aver bisogno si armi sofisticate perché altrimenti lo stato B lo aggredirà. Lo stato B affermerà di ricorrere agli armamenti perché lo stato A si sta armando per scopi evidentemente aggressivi. C'è un'altra condizione che favorisce questa competizione tra nazioni o individui. Quando le relazioni sono simmetriche, c'è la tendenza di ognuno dei due comunicanti a prendere il sopravvento sull'altro, uscendo dalla situazione di uguaglianza per stabilirne una di dominio. 
L' escalation simmetrica è la patologia delle relazioni simmetriche. Anche le relazioni complementari hanno il loro risvolto patologico, che sono più importanti per la nascita di vere e proprie patologie psicologiche. In una relazione complementare c'è chi è in una posizione di dominio e chi in una posizione di inferiorità. In alcuni casi questa complementarità può essere particolarmente rigida e mostrarsi come una vera e propria follia a due, in cui la persona che occupa la posizione inferiore vive un senso di frustrazione costante, perché la sua identità viene disconfermata, e tuttavia non riesce, per una sorta di accordo perverso, ad uscire da quella situazione relazionale. È il caso di alcune famiglie in cui i figli (spesso figli unici) sono costretti anche in età adulta in uno stato di costante minorità psicologica; è anche il caso del sadomasochismo, in cui la crudeltà di un partner si amalgama con la sottomissione e l'umiliazione volontaria dell'altro. Come impresa rischiosa, la comunicazione può fallire o bloccarsi. Non sempre però ad essa segue il silenzio. A interrompersi è la comunicazione nel modulo numerico: il parlarsi. In genere però si continua a comunicare con l'altro modulo, quello analogico, il linguaggio dei gesti, dei simboli, dei rituali. Dopo un litigio il marito può far recapitare alla moglie dei fiori o azzardare una carezza. Ma il modulo analogico ha, come abbiamo visto, dei limiti ben precisi: non è possibile dire tutto e, soprattutto, non è possibile comunicare in modo non ambiguo. Quando si comunica con il modulo analogico si può verificare quindi una ulteriore patologia della comunicazione, nel momento in cui si sbaglia a tradurre il materiale analogico. Delle lacrime di rabbia, dopo un litigio dovuto ad accuse infondate, possono essere scambiate per lacrime dovute al senso di colpa, e quindi interpretate come una ammissione della colpa. In realtà, quando comunichiamo nel modulo analogico non facciamo affermazioni, ma invochiamo una relazione, facciamo proposte, domande, minacce che riguardano il nostro rapporto futuro con la persona cui ci rivolgiamo.

Bibliografia
P. Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici (1983), Feltrinelli, Milano 1991.

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