Danilo Dolci

[Danilo Dolci]
Colui che i giornalisti avrebbero chiamato “il Gandhi siciliano” nacque a Sesana (oggi in Slovenia) nel 1924, figlio di un ferroviere italiano e di una donna slovena. Dopo una infanzia ed un’adolescenza fatte di letture appassionate e di contatto con la natura ed un arresto da parte dei fascisti si iscrive alla facoltà di architettura di Milano. È uno studente brillante, avviato ad una carriera di sicuro successo, quando una crisi religiosa lo induce ad abbandonare tutto ed a raggiungere la comunità di Nomadelfia, fondata a Fossoli da don Zeno Saltini per ospitare i bambini orfani della guerra. 
A Nomadelfia riesce a realizzare il proprio ideale di dedizione totale agli ultimi, ma dopo un po’ avverte il rischio di chiudersi in una comunità perfetta, di allontanarsi dal mondo esterno e dai suoi problemi. Di qui la decisione di lasciare la comunità e di raggiungere, nel 1952, Trappeto, un villaggio in provincia di Palermo in cui era stato da adolescente al seguito del padre ferroviere. Qui incontra una realtà di povertà assoluta. Il suo progetto, all’inizio confuso, è quello di contribuire come può al miglioramento della vita comune. A questo scopo crea il Borgo di Dio, un asilo per accogliere i bambini più poveri della comunità, ed inizia a fare opera di sensibilizzazione tra la popolazione. 
La tragica morte per fame di un bambino, evento tutt’altro che raro in quel contesto, lo colpisce profondamente e lo induce ad una forma di protesta estrema: si rifiuta di mangiare fino a quando i politici locali non stanzieranno le somme necessarie per affrontare i problemi del villaggio. Dopo otto giorni di digiuno, i politici si impegnano a stanziare una somma anche superiore a quella richiesta. 
A Trappeto Dolci avvia un lavoro di inchiesta socoilogica e di denuncia, raccogliendo nel volume Fare presto (e bene) perché si muore (1954) la voce dei poveri del paese e documentando le loro terribili condizioni di vita. Per meglio inquadrare i problemi della zona si sposta quindi nel vicino paese di Partinico, dove continua il suo lavoro di inchiesta con Banditi a Partinico (1956) e si occupa del problema della disoccupazione. 
Per rivendicare il diritto al lavoro organizza nel 1956 lo sciopero alla rovescia, portando i disoccupati del paese a lavorare per sistemare una strada di campagna abbandonata. Per questa iniziativa viene arrestato e condotto allUcciardone. Nel processo che ne segue intervengono a suo favore alcuni dei maggiori intellettuali dell’epoca (Carlo Levi, Elio Vittorini, Norberto Bobbio tra gli altri); il processo ha grande risonanza sui giornali nazionali ed internazionali. Alla fine Dolci verrà condannato, sia pure con le attenuanti, ma il clamore del processo imporrà all’attenzione dell’opinione pubblica la sua lotta nonviolenta. 
Nel 1957 gli viene conferito il Premio Lenin per la pace, equivalente comunista del Premio Nobel. Con i soldi del premio fonda il Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione, con lo scopo di studiare le possibilità di sviluppo nella zona. Intanto continua il lavoro di inchiesta-denuncia, con Inchiesta a Palermo (1956) e Spreco (1960). 
Nel 1962 avvia la lotta nonviolenta per ottenere la costruzione di una diga sul fiume Jato, una opera pubblica indispensabile per lo sviluppo nella zona, osteggiata dai piccoli mafiosi locali che hanno il controllo del mercato dell’acqua. Dopo un nuovo digiuno ad oltranza ottiene l’avvio dei lavori. 
Nel 1966 raccoglie in Chi gioca solo una vasta documentazione riguardante i rapporti tra il potente politico democristiano siciliano Bernardo Mattarella ed alcuni esponenti della mafia. Viene processato e condannato per diffamazione, dopo aver rinunciato a difendersi dal momento che il tribunale si era rifiutato di ascoltare i testimoni a sua difesa. 
Nel 1968 un terremoto sconvolge la valle del Belice. Dolci interviene con il suo gruppo ormai ampio di collaboratori ed operatori sociali per dare sostegno immediato alla popolazione, ma si occupa anche della ricostruzione, elaborando con il contributo di tecnici un piano dettagliato che viene discusso con la gente dei paesi. Quindi avvia cinquanta giorni di pressione nonviolenta per denunciare i ritardi nella ricostruzione, ma senza esito positivo. 
Agli inizi degli anni Settanta si dedica al progetto di un centro educativo innovativo, da realizzare nella contrada di Mirto. Per mettere a punto il metodo del centro educativo organizza un seminario internazionale, al quale partecipa anche Paulo Freire. Il centro educativo di Mirto viene inaugurato nel 1975. La mancanza di fondi ha reso possibile una realizzazione solo parziale dell’edificio progettato. E le difficoltà finanziarie, insieme ai problemi di accesso alla scuola per via di un ponte pericolante, rendono difficoltosa la vita del centro educativo. Nel 1982 Mirto ottiene il riconoscimento di scuola statale sperimentale, avviandosi ad una inesorabile normalizzazione. 
Negli ultimi anni Dolci ha approfondito le implicazioni filosofiche del metodo della maieutica reciproca, da lui messo a punto fin dagli anni Cinquanta, in una quantità di libri non tutti pienamente riusciti, ed ha cercato di diffonderlo nella scuola pubblica, tenendo frequenti seminari in Italia ed all’estero. È morto nel 1997.

Comunicazione e potere 

Una distinzione concettuale assolutamente fondamentale per comprendere il pensiero e l’opera di Danilo Dolci è quella tra trasmettere e comunicare. C’è trasmissione, e non comunicazione, tutte le volte che il messaggio va dall’emittente al destinatario, senza che quest’ultimo a sua volta possa rispondere. Si tratta di un processo unidirezionale, che procede dall’alto al basso. La comunicazione al contrario è caratterizzata dalla circolarità: uno parla, l’altro risponde. Nella comunicazione autentica c’è un mettere in comune che manca nella trasmissione, che ha invece un carattere manipolativo. I cosiddetti mass-media, denuncia Dolci, non sono in realtà mezzi di comunicazione di massa, poiché la comunicazione di massa non esiste (questo è il titolo di un suo libro del 1995). Essi sono, piuttosto, mezzi di massa, ossia strumenti attraverso i quali le persone vengono massificate, indotte al conformismo, rese passive e pronte alle esigenze del mercato. 
Qualcosa di non troppo diverso accade per Dolci nella scuola. Anche a scuola gli scambi comunicativi hanno un carattere unidirezionale. La lezione frontale, che è il metodo ancora dominante nelle scuole, non è comunicazione, ma semplice trasmissione. Lo studente non ha la possibilità di esprimersi, di contribuire alla costruzione del sapere, ma si limita a registrare le informazioni trasmesse. Al tempo stesso, la scuola educa alla sottomissione ed all’ipocrisia; in essa, scrive Dolci, i giovani non imparano “né a comunicare davvero né a esercitare il proprio potere. Imparano usualmente a divenire esecutori”. 
Per Dolci comunicare in modo autentico, pieno, è l’esigenza fondamentale dell’essere umano. Se questa esigenza non viene soddisfatta, se alla comunicazione si sostituisce la trasmissione, si ha una società malata di rapporti sbagliati. La scuola contribuisce al male, invece di curarlo insegnando a comunicare. Nel passo citato Dolci dice che nella scuola i giovani non imparano ad esercitare il proprio potere. Nella sua analisi, il potere è una cosa positiva: va inteso come possibilità di fare, di realizzare le proprie potenzialità, di esprimere sé stessi. Dal potere bisogna distinguere il dominio, che è la sua degenerazione. Si ha dominio quando la possibilità di fare di alcuni cresce sopra la possibilità di fare degli altri; quando, cioè, ad alcuni è possibile e lecito ciò che ad altri è vietato. Il potere richiede uguaglianza e reciprocità, mentre il dominio si nutre di rapporti asimmetrici e gerarchici. È chiaro che il potere si lega alla comunicazione, così come il dominio si manifesta attraverso la trasmissione. Questa doppia distinzione terminologica contiene le premesse da cui si sviluppa logicamente il progetto educativo di Dolci. 
Educazione autentica e liberatrice è quella che consente alle persone di comunicare in modo profondo conquistando il proprio potere personale e comunitario, contro ogni forma di dominio e disuguaglianza. Come si vede, si tratta di un progetto che è al tempo stesso educativo e politico. 

La maieutica reciproca 

Il metodo della maieutica reciproca è nato in modo spontaneo negli anni Cinquanta, durante il lavoro con i contadini ed i pescatori di Trappeto. Per mettere a fuoco i problemi della zona Dolci tiene delle riunioni nelle quali viene favorita la più larga partecipazione di tutti, bambini compresi. Le sedie vengono messe in cerchio per agevolare la circolarità dello scambio comunicativo. Gradualmente la gente impara così a prendere la parola, a dire la sua sui problemi della zona, a progettare il cambiamento. Nelle riunioni si passa progressivamente dalla considerazione di casi concreti a questioni via via più generali, fino a discutere la realtà sociale (ad esempio i rapporti di genere) o questioni filosofiche ed etiche.
L’espressione maieutica reciproca rimanda al metodo di Socrate. La differenza è nell’aggettivo: la maieutica diventa reciproca perché la verità non è nel soggetto, ma viene cercata attraverso il dialogo. In un seminario maieutico ognuno partecipa insieme agli altri alla ricerca comune della verità. La dinamica è semplice: messe le sedie in cerchio, il conduttore presenta brevemente il tema di discussione, quindi chiede a tutti i partecipanti di esprimersi. Quando tutti hanno espresso la propria opinione si apre la discussione libera. Alla fine il conduttore, che dovrà aver cura di non influenzare la discussione con il proprio intervento, trarrà le conclusioni evidenziando i punti comuni emersi, ed eventualmente rimandando ad un prossimo seminario le questioni che restano da approfondire. 
Nella situazione in cui nasce, il metodo della maieutica reciproca, che ha più di qualche punto in comune con i Circoli di cultura di Paulo Freire, è una metodologia efficace per l’empowerment e la coscientizzazione. Attraverso le assidue discussioni, i poveri imparano a prendere la parola, ad esprimere il proprio punto di vista, a porsi problemi insoliti, ad organizzarsi, a ridiscutere i ruoli sociali. Educandosi l’un l’altro, diventano soggetti politici. 
Ma per Dolci il metodo non è valido solo per lo sviluppo comunitario nelle zone depresse. Introdotto nelle scuole, esso può consentire il passaggio da una scuola trasmissiva, sostanzialmente diseducativa, ad una scuola comunicativa. L’introduzione della maieutica reciproca comporta un cambiamento radicale nel modo di pensare il rapporto tra docenti ed alunni: non più un rapporto asimmetrico, di dominio, ma una relazione aperta, di ricerca comune. Il sapere non viene più semplicemente trasmesso (si pensi alla concezione depositaria di Freire), ma riscoperto, ricostruito attraverso il dialogo. Solo in questo modo è possibile realizzare un apprendimento significativo e superare quel misto di individualismo e di conformismo che rende così moralmente deprimente l’atmosfera della scuola tradizionale. 

Mirto 

In accordo con il principio di partecipazione che ispira la pedagogia di Dolci, il centro educativo di Mirto viene progettato attraverso una serie di incontri maieutici con i soggetti interessati: i bambini e gli adolescenti, i genitori, gli insegnanti, gli esperti. Da questi incontri, trascritti nel volume Chissà se i pesci piangono (1973), emerge il profilo di massima del centro educativo: i bambini chiedono che esso sia immerso nella natura, lontano dai rumori della città, gli studenti liceali chiedono l’abolizione del voto e della bocciatura, il dialogo aperto con gli insegnanti, la possibilità di sentirsi sé stessi, mentre da altri incontri emerge l’esigenza che gli studenti partecipino a tutte le decisioni. Sintetizzando il risultato degli incontri maieutici, Dolci afferma che il centro educativo dovrà partire dagli interessi vitali degli studenti, che però non sono immediatamente dati, ma vanno scoperti grazie al necessario intervento maieutico dell’insegnante, il quale sarà un coordinatore dei gruppi di ricerca. L’apprendimento ha due momenti essenziali: la scoperta individuale, che è resa possibile dall’osservazione dell’ambiente, e il processo maieutico in gruppo, che educa al dialogo ed alla ricerca comune, che è essenziale per una società autenticamente democratica. Il centro, benché immerso nella natura e separato dalla città, è intimamente legato alla comunità locale ed ai suoi problemi. I genitori degli studenti sono attivamente coinvolti nell’insegnamento, e l’esperienza di tutti è considerata una risorsa da valorizzare. In un seminario preparatorio sul cielo, ad esempio, vengono invitati a parlare un astronomo, un contadino ed un marinaio. 
Questo legame con la comunità locale non implica alcun localismo, perché al tempo stesso il centro educa a sentirsi cittadini del mondo, in particolare con l’insegnamento delle lingue: l’inglese, ma anche il russo e gli ideogrammi cinesi. Poiché non è possibile alcun apprendimento reale senza interesse, nessuno dovrà essere costretto a frequentare il centro educativo. I bambini dovranno essere spontaneamente attirati da Mirto; dovranno andarci con piacere, non per dovere. Questo, nelle linee essenziali, il progetto del centro educativo. La sua realizzazione effettiva è impacciata da mille ostacoli, non ultimo, probabilmente, il fatto che principi educativi così avanzati non sono condivisi in pieno dalla comunità locale. 
Il progetto prevede un percorso che va fino alla scuola secondaria superiore, ma le difficoltà economiche limitano la sperimentazione alla sola scuola dell’infanzia. Entro questi limiti, la sperimentazione si dimostra di grande interesse, in particolare per la piena valorizzazione dell’ambiente come fonte di conoscenza. Ma la scuola dell’infanzia è quella nella quale è più facile evitare la lezione frontale, la programmazione, i voti, e fondare la prassi didattica sull’osservazione; molto più difficile è farlo alla scuola primaria e soprattutto secondaria. Il centro di Mirto, quale esperimento attraverso il quale mostrare le potenzialità educative e didattiche della maieutica reciproca, resta in gran parte una occasione mancata, mentre la sperimentazione nella scuola pubblica resta marginale e poco influente.

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