L'arte

Leonardo Da Vinci, Sant'Anna,
la Vergine e il bambino
Altro fenomeno sul quale la psicoanalisi getta nuova luce è l’arte. L’opera d’arte è il risultato della personalità dell’artista, e soprattutto dei suoi aspetti inconsci, irrazionali. Attraverso la critica psicoanalitica è possibile cogliere significati di un’opera d’arte che sfuggono ad un apprezzamento puramente estetico o storico: l’opera d’arte porta le tracce più o meno visibili di tutta la vita dell’artista, dei suoi drammi e dei suoi complessi, trasfigurati simbolicamente. 
Un esempio del procedimento di Freud è la sua interpretazione di un dipinto di Leonardo da Vinci, Sant’Anna, la Vergine e il Bambino. Dipinto probabilmente nello stesso periodo della Monna Lisa, questo quadro raffigura la Madonna che siede in grembo a sua madre ed allunga le braccia verso Gesù bambino, che a sua volta stringe un capretto. I particolari di questo dipinto significativi dal punto di vista psicoanalitico sono tre. Il primo è la giovinezza di Sant’Anna. La Vergine e sua madre sembrano coetanee, e sicuramente chi non conoscesse il soggetto del dipinto le considererebbe sorelle. Questa particolarità non dipende, come è stato ipotizzato, dalla riluttanza di Leonardo a dipingere i segni della vecchiaia, ma da qualcosa di più profondo. Il quadro rappresenta, in realtà, un bambino con due madri, e per comprenderne la ragione bisogna cercarle nella biografia del Maestro. Leonardo era figlio illegittimo del notaio Ser Piero da Vinci e di una contadina di nome Caterina. Con la madre Leonardo passò i primi anni della sua vita, per andare poi a vivere a casa del padre, che si era sposato con una certa Albiera. Quindi Leonardo ebbe effettivamente due madri, la madre naturale Caterina e la matrigna Albiera, che nel dipinto sono state sostituite e rappresentate da Sant’Anna e dalla Vergine. Il secondo particolare è il sorriso delle due donne. Si tratta dello stesso sorriso della Monna Lisa, quel sorriso enigmatico sulle ragioni del cui fascino e sulla cui origine sono state avanzate le interpretazioni più varie. Anche la comprensione di questo secondo particolare richiede una indagine sull’infanzia di Leonardo. Tra le sue annotazioni scientifiche si trova il racconto di un singolare ricordo infantile: «…ne la prima recordazione della mia infantia e’ mi pareva che, essendo io in culla, che un nibio venissi a me e mi aprissi la bocca con la sua coda e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra». Più che di un ricordo, per Freud si tratta di una fantasia che rimanda all’atto di succhiare il seno della madre. Ma perché l’immagine dell’avvoltoio? L’avvoltoio è un antico simbolo della madre: già gli egiziani rappresentavano la dea madre Mut con la testa di un avvoltoio. Inoltre era opinione diffusa nel mondo antico che non esistano avvoltoi maschi e che le femmine si riproducano grazie al vento. Con la fantasia dell’avvoltoio Leonardo rievocava non solo il seno materno, ma anche la sua condizione di figlio privo di padre, allevato solo dalla madre. L’intensità dell’azione dell’avvoltoio nella fantasia fa pensare ad un rapporto molto intenso tra la madre ed il figlio. Probabilmente la madre aveva riversato sul piccolo Leonardo il bisogno di dare amore, insoddisfatto per la mancanza di un marito. La traduzione della fantasia dell’avvoltoio per Freud è: «Mia madre imprimeva numerosi baci appassionati sulla mia bocca». Questo rapporto erotico con la madre nella primissima infanzia ha condizionato la sessualità di Leonardo, privandolo di virilità e rendendolo indifferente al sesso, ma lo ha anche spinto a raggiungere il vertice della sua arte.
Il terzo particolare del dipinto è stato individuato da Oskar Pfister. Il drappeggio che copre le gambe della Vergine, di colore blu, disegna quello che sembra essere proprio il contorno di un avvoltoio, con la testa appoggiata al fianco della Vergine, l’ala che scende lungo la gamba e la coda che lambisce la bocca del bambino. Nascosto tra le forme del dipinto, l’avvoltoio-madre continua a compiere l’atto di quella antica fantasia di Leonardo.

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