Anton Makarenko



Marx riteneva che la rivoluzione comunista sarebbe avvenuta nei paesi più industrializzati, quelli nei quali erano più forti e stridenti le contraddizioni del capitalismo. Le cose sono andate diversamente. Il comunismo si è realizzato attraverso la rivoluzione prima in Russia e poi in Cina, vale a dire in due paesi agricoli, con un’economia estremamente arretrata.  All’indomani della rivoluzione d’ottobre (1917), Lenin (1870-1924) si trova di fronte al compito immenso ed alla responsabilità storica di realizzare in Russia – un paese segnato da grandi contraddizioni sociali e sfinito dalla guerra – il programma comunista di Marx. Tempestivamente vengono presi provvedimenti che spazzano via il vecchio ordine economico e sociale ed instaurano le basi del sistema comunista: la terra tolta ai grandi latifondisti e data ai contadini, la giornata lavorativa degli operai ridotta ad otto ore, le fabbriche e le banche nazionalizzate; vengono riconosciuti alle donne gli stessi diritti degli uomini. Tra i settori nei quali intervenire con urgenza c’è quello dell’educazione. Il regime zarista non aveva dedicato molte cure all’alfabetizzazione della popolazione: secondo il censimento del 1897, il 78% della popolazione era analfabeta (una percentuale che saliva ulteriormente nel caso delle donne). Naturalmente l’analfabetismo colpiva soprattutto le grandi masse contadine ed operaie, vale a dire coloro sui quali doveva fondarsi la nuova società comunista. La lotta all’analfabetismo era dunque il primo compito del nuovo regime. Ma non l’unico: si trattava anche si creare un nuovo tipo di educazione, liberandosi dalla tradizione della pedagogia borghese o ripensandola profondamente alla luce delle esigenze della nuova società.

In un primo momento a prevalere è la figura di Nadežda Konstantinovna Krupskaja (1869-1939), la moglie di Lenin, che possedeva una solida formazione pedagogica aperta anche alle esperienze più innovative a livello mondiale. In una conferenza tenuta per l’Organizzazione Culturale-Educativa Proletaria (Proletkult) nel settembre del 1918, Krupskaja denunciava il carattere classista ed i limiti dell’educazione borghese occidentale, fondata sulla separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. La formazione professionale forniva una conoscenza specialistica, che serviva per avere operai addestrati, ma non li metteva in grado di avere una conoscenza ampia e realmente scientifica dei processi di produzione. L’educazione comunista, invece, dovrà essere fondata sul lavoro produttivo e dare una vasta formazione scientifica e politecnica. La scuola borghese distingue gli alunni per educarli all’individualismo; nella scuola comunista questo “metodo repellente” dovrà scomparire, e tutti gli studenti svilupperanno il senso della solidarietà lavorando insieme. Se l’educazione scolastica è centrata sul lavoro, il gioco dovrà essere l’attività prevalente di quella prescolastica. Tra le due cose c’è continuità, poiché è giocando che il bambino impara ad organizzarsi con gli altri, a rispettare le regole, ad essere disciplinati: tutte cose indispensabili per dedicarsi poi al lavoro. La scuola del lavoro per Krupskaja – ammiratrice di Tolstoj – è una scuola nella quale, a differenza della scuola borghese, fondata sull’ascolto passivo delle lezioni, è rispettato il bisogno innato dei ragazzi di movimento, di azione e di creazione degli studenti. Nella scuola del lavoro gli studenti si autogestiscono in forme via via più complesse e complete. Quale dovrà essere, si chiede in un articolo del 1923, il ruolo del maestro? 

Certamente – risponde – egli dovrà avere una posizione quanto è più possibile passiva, evitare di pesare con la propria autorità e di assumere un lavoro che invece è molto importante che facciano i ragazzi stessi. In sostanza, il maestro deve influire sull’elaborazione delle forme più giuste di autogestione, ma la sua influenza deve essere indiretta. Egli cioè dovrà aiutare i ragazzi a prendere coscienza di quei problemi organizzativi nei quali essi si imbattono durante il gioco e nella vita.

La scuola del lavoro (trudovaja škola) di cui parla Krupskaja era stata creata nel 1918, all’indomani della rivoluzione, e consisteva un percorso scolastico di cinque anni di scuola di base e quattro anni di scuola secondaria, obbligatoria e gratuita. La scuola aveva finalità umanistiche ed umanitarie – combattere l’analfabetismo e la piaga dei bambini di strada, orfani della guerra e della rivoluzione – , ma perseguiva anche l’obiettivo politico di diffondere presso le masse i valori del comunismo. Quest’ultimo aspetto diviene dominante dopo la fine della guerra. La Nuova politica economica (Nep), introdotta da Lenin nel 1921, apriva parzialmente l’economia russa al libero mercato, allo scopo di porre rimedio al disastro economico causato dalla guerra. Ciò rappresenta un passo indietro, che si fa evidente anche sul piano scolastico, con il Nuovo Statuto della Scuola Unica di Lavoro del 1923. Spiega Luigi Volpicelli:

Ai vagheggiamenti utopistici di una scuola unica per tutti, si sostituì di nuovo la divisione in scuola di cultura e scuola di addestramento professionale, distinzione suggerita dalla reale situazione sociale, che non consentiva, ai ragazzi del popolo, di prolungare la propria permanenza agli studi per cominciare presto un lavoro redditizio. Apparve più opportuno un corso di studi più breve, meglio organizzato, più rispondente alla successiva preparazione professionale nelle scuole di fabbrica. Se veramente questa divisione e questa contrazione degli studi consentirono una più rapida diffusione delle scuole, tuttavia riportarono alla possibilità del sorgere di scuole privilegiate che la scuola unica aveva superato e manifestarono il decadimento del formalismo democratico, se non del suo spirito. Lo Stato dispose sempre più dispoticamente della scuola, ne creò e ne diffuse di nuove, tutte rispondenti alla necessità dell’organizzazione bolscevica della società. 

Si introduce nell’insegnamento il metodo dei complessi, una organizzazione degli argomenti di studio che verte intorno a tre grandi temi legati tra di loro – la natura, il lavoro e la società – e che ovviamente hanno come filo conduttore la visione del mondo comunista. Si tratta, come di vede, di tentativi ed aggiustamenti non sempre riusciti, con i quali il governo sovietico cerca di costruire un sistema scolastico pienamente aderente alle esigenze di un paese che, soprattutto dopo la morte di Lenin (1924) e la conquista del potere da parte di Iosif Stalin, si avvia a diventare una grande potenza industriale.
Nel pensiero di Makarenko il regime sovietico troverò una pedagogia pienamente rispondente alle proprie esigenze, al punto che il pedagogista ucraino diventerà il riferimento indiscusso della pedagogia sovietica.

La vita e le opere 

Anton Semënovic Makarenko (pronuncia: Makàrenka) nasce nel 1888 a Belopol’e, in Ucraina, da una famiglia operaia (il padre era verniciatore nelle officine ferroviarie). Fin da bambino ha problemi di salute, che condizionano fortemente i suoi rapporti con gli altri bambini. Nelle sue memorie il fratello Vitalij scrive: “Anton non ha mai preso parte ai nostri giochi di ragazzi, anzi propriamente lo sento molto poco presente nei miei ricordi infantili”. Trasferitosi con la famiglia a Krjukov, frequenta un corso magistrale ed a soli diciassette anni diviene maestro nella scuola di base della città. Quindi perfeziona gli studi pedagogici presso l’Istituto Pedagogico di Poltava e, dopo la laurea, viene nominato direttore di una scuola di Krjukov. Nel 1920 riceve il compito di occuparsi dei besprizornye, bambini e ragazzi orfani o abbandonati che vivevano in strada dandosi a furti ed altri reati. Per rieducarli, o meglio per dar loro una prima educazione, Makarenko crea la Colonia Gorkji (chiamata così in onore del grande scrittore). Nonostante i risultati ottenuti pur tra mille difficoltà, il suo metodo pedagogico è criticato e si ottiene il suo allontanamento dalla direzione della colonia. A giudizio del Narkompros ucraino (il Commissariato del popolo per l’istruzione) il suo metodo fa ricorso a valori borghesi e non sovietici. Nel 1927 è chiamato a dirigere a Charkov la Comune Dzeržinskij, dedicata anch’essa alla rieducazione dei ragazzi di strada ed intitolata al fondatore della polizia segreta sovietica. Dando sfogo al suo talento narrativo (apprezzato dallo stesso Gorkji), scrive il romanzo autobiografico La marcia dell’anno ‘30 (1932), cui seguono il Poema pedagogico (1935), che gli dà vasta notorietà, e Bandiere sulle torri (1938). Negli ultimi anni, riconosciuto come un’autorità indiscussa della pedagogia sovietica, si dedica ad appronfondire il suo pensiero ed a diffonderlo presso genitori e maestri. Le sue ultime conferenze sono raccolte nel volume Pedagogia scolastica sovietica del 1938. Il pedagogista muore precocemente l’anno seguente.

Educazione, politica, felicità 

Makarenko è stato un educatore di frontiera, in due sensi: perché, educato dallo zarismo, con i vecchi metodi educativi, ha dovuto creare dal nulla un nuovo metodo ed una nuova concezione educativa (ed in questo senso è di frontiera tutta l’educazione russa di quel periodo) e perché si è occupato di quelli che oggi chiameremmo ragazzi difficili. Per diversi anni è stato maestro e direttore scolastico, ma è solo a contatto con la sfida rappresentata dalla rieducazione dei besprizornye che emerge in pieno il suo talento pedagogico. Per Makarenko occuparsi di questi ragazzini non vuol dire soltanto consentire loro di avere una vita normale e di reinserirsi nella società. La sfida è, invece, quella di fare di questi ragazzini, abbrutiti dalla vita di strada, l’uomo nuovo sovietico, di far venir fuori dalle colonie persone che siano un modello per tutta la società. Nel momento in cui entrano nel collettivo in cui saranno educati, il loro passato non conta più: non sono più persone che hanno compiuto delitti, ma protagonisti di un’impresa educativa che ha una grande importanza per l’intera Russia comunista (per essere sicuro di non avere pregiudizi nei loro confronti, Makarenko arriva a chiedere che non gli mandino più i fascicoli con i loro precedenti penali).
La pedagogia per Makarenko ha a che fare solo limitatamente con la scienza. I fini dell’educazione sono indicati dalla politica, mentre i mezzi derivano dalla pratica e dall’esperienza, dai molteplici tentativi con i quali l’educatore cerca la soluzione ai problemi che di volta in volta gli si presentano. Le scienze potranno servire a confermare le conclusioni cui si è giunti attraverso l’esperienza, ma non è possibile dedurre da esse indicazioni riguardanti i metodi educativi. L’educazione è al servizio della rivoluzione, risponde ai bisogni del popolo sovietico nella sua lotta per costruire una nuova umanità. Del resto, nel nuovo ordine sociale tutto educa: in una società ben ordinata, guidata da alti ideali, la partecipazione alla vita comune ha una immediata valenza formativa. “Ogni nostra iniziativa, ogni campagna, ogni processo nel nostro paese sono sempre legati non solo a compiti speciali, ma anche a compiti educativi”, scrive Makarenko. Nella società borghese esistevano persone che potevano vivere negli agi senza lavorare ed altre che erano condannate ad un lavoro massacrante e disumanizzante. La rivoluzione ha spazzato queste differenze: nel nuovo sistema il lavoro è un dovere sociale per tutti. L’introduzione del lavoro nel sistema educativo sovietico, se vale a segnare la differenza con la scuola borghese, è per Makarenko ancora insufficiente se non mette gli studenti in grado di cogliere il significato sociale del lavoro. Per questo il solo lavoro non basta, ma deve essere accompagnato dall’istruzione e da una formazione morale e politica.
Il fine dell’educazione è un fine sociale, dunque. Makarenko tuttavia parla anche della felicità come fine naturale dell’uomo. In una lettera scritta negli ultimi mesi di vita si legge:

Tutta la vita dell’uomo consiste in questo che egli lotta contro la natura, contro il freddo e la fame, contro il bisogno e contro i nemici. La sua vita è una serie di determinate misure più o meno rilevanti rivolte alla conservazione della vita. Ognuna di tali misure ha uno scopo; ma tutti questi fini mirano a un obiettivo unico: vivere a lungo e il più felicemente possibile. 

C’è qui una contraddizione che è soltanto apparente. La felicità non è soltanto un valore borghese, ma un’aspirazione universale. La differenza è che nel mondo borghese ognuno cerca di raggiungere la propria felicità individualmente, lottando contro gli altri (e quindi la felicità degli uni è raggiunta a prezzo dell’infelicità di altri), mentre nel sistema sovietico la collettività si è organizzata per raggiungere insieme una felicità durevole e che sia per tutti. Nell’ottica comunista di Makarenko, la felicità richiede anche una saggezza che sappia accettare i limiti umani, riconoscere che la morte fa parte della dinamica stessa della vita e il meglio che si possa fare è non crucciarsene, ma cercare la gioia della vita nella solidarietà con gli altri. L’educazione sovietica si distingue da quella borghese perché è molto più esigente nei confronti dell’individuo. Questa esigenza tuttavia per Makarenko non schiaccia l’individuo; al contrario, è soltanto in una società, come quella sovietica, in cui tutti sono uguali e nessuno è costretto alla miseria, che è garantita realmente la dignità dell’individuo. Un principio pedagogico di fondo è dunque il seguente: “Pretendere quanto più si può dall’uomo e rispettare quanto è più possibile la sua personalità”. Per Makarenko le due cose – il pretendere ed il rispettare – sono intimamente unite. Esigere vuol dire stimare, considerare indispensabile il proprio lavoro, il contributo personale che ognuno può dare alla costrizione della società. Il rispetto della personalità ha tuttavia un limite ben preciso nel fatto che questo contributo individuale non è volontario, ma costituisce un preciso dovere del cittadino sovietico; il confine tra la valorizzazione delle energie individuali e l’imposizione propria di un regime è molto sottile.

Il collettivo

Abbandonati a sé stessi, i ragazzi raccolti nella Colonia Gorkij hanno vissuto senza vincoli sociali, nel più sfrenato individualismo. La loro educazione dovrà passare necessariamente attraverso la ricomposizione dei legami sociali, la costruzione di un ambiente positivo capace di frenare l’individualismo e far nascere e sviluppare sentimenti sociali. Makarenko offre loro dunque un ambiente sociale fortmente strutturato, che nulla concede alla spontaneità. La Colonia Gorkij e la Comune Dzeržinskij sono strutturate come un collettivo nel quale le esigenze comuni predominano su quelle dei singoli. Come è facile immaginare, le resistenze iniziali furono enormi. Ragazzini abituati alla più sfrenata libertà si trovavano ora in un contesto nel quale si chiedeva loro impegno, lavoro, disciplina. Makarenko riuscì gradualmente a vincere le resistenze e ad ottenere un ambiente ordinato, nel quale le trasgressioni erano rare e, come vedremo, condannate dalla stessa comunità dei ragazzi. A rendere possibile l’impresa non fu solo la rigida organizzazione della giornata, ma anche il diverso riconoscimento che quei ragazzini ricevevano nel collettivo. Visti non più come delinquenti, ma come avanguardie del nuovo sistema sociale, finivano per corrispondere all’immagine che di loro aveva il loro educatore.
Il collettivo rispecchia, in piccolo, l’organizzazione e la struttura della società comunista. Al centro della vita comune c’è il lavoro inteso come lavoro produttivo, indispensabile per la sopravvivenza economica del collettivo, e non solo come un espediente pedagogico. Gli educatori risiedevano nella colonia con i ragazzi e ne condividevano le condizioni di vita, che all’inizio furono molto difficili. Così ricorda nel Poema pedagogico:

Giacche sbrindellate, cui meglio si addiceva la denominazione gergale della mala di ‘klift’, coprivano alla meno peggio l’epidermide umana; solo raramente sotto i ‘klift’ s’indovinavano i resti di una camicia ormai putrida. I nostri primi ospiti, quelli che erano arrivati ben vestiti, non si distinsero a lungo dalla massa generale: il taglio della legna, il lavoro in cucina e in lavanderia se avevano avuto un buon effetto pedagogico si erano rivelati rovinosi per l’abbigliamento. 

Una tale povertà fu combattuta attraverso il lavoro nei campi e l’allevamento di maiali, che ben presto divennero attività redditizie, anche grazie all’aiuto di tecnici ed all’uso di metodi di lavoro scientifici. La Comune Dzerjžinskij riuscì a sostenersi invece grazie ad un laboratorio di falegnameria e, successivamente, per la lavorazione dei metalli. Nella visione marxista, come abbiamo visto, il modo in cui una società produce è il fatto fondamentale per comprendere la società intera. E’ per questo che il lavoro ha anche una straordinaria valenza conoscitiva. Lavorando ci si immette nel vivo della realtà della produzione, nel nucleo economico della società, e si sviluppano capacità indispensabili per l’uomo nuovo sovietico, quali l’organizzazione, la collaborazione, il senso del dovere.
Nella sua pratica pedagogica Makarenko procede per aggiustamenti progressivi. Riguardo al collettivo, una innovazione importante è l’introduzione dei reparti, guidati ognuno da un comandante. In seguito, per le esigenze del lavoro nei campi, a questi reparti fissi si aggiunsero i reparti misti, che vengono costituiti per un periodo non superiore ad una settimana per svolgere specifici compiti lavorativi. Grazie ai reparti misti era possibile affidare a molti dei ragazzini il compito di comandante, anche se per un periodi di tempo limitato, facendo sì che quasi tutti dunque non solo lavorassero, ma partecipassero all’organizzazione del lavoro. Preoccupazione costante di Makarenko è quella di evitare che si creino gruppi basati sull’amicizia, e che questi legami finiscano per insebolire il senso di appartenenza al collettivo, finendo per riproporre elementi borghesi.

La disciplina 

Nel collettivo la disciplina deve essere completa. Ogni mancanza – ad esempio il ritardo nella presentazione al lavoro – viene rilevato dal comandante del reparto, che fa rapporto, cui segue la punizione, che ha lo scopo di riaffermnare i diritti del collettivo sull’individuo; per questo è importante che le punizioni non vengano dall’educatore, ma siano l’espressione della volontà dell’intero collettivo. Forme di punizione sono il lavoro straordinario, il divieto di uscita o l’arresto, che consiste nel presentarsi nella stanza di Makarenko e restarvi per tutto il tempo della punizione (anche dieci ore) senza poter parlare con nessun membro del collettivo. In casi particolarmente gravi è prevista l’espulsione, decisa dal collettivo, il quale può far valere la propria volontà anche contro Makaranko. E’ quello che accade alla Comune, quando si scopre che un ragazzino ha rubato una radio. L’assemblea generale della Comune decide per l’espulsione, nonostante il parere contrario di Makarenko, e tiene ferma la propria decisione anche di fronte ai rappresentanti della Ceka, la polizia politica che aveva creato e finanziava la Comune. Una disciplina così rigida non è in contrasto con la libertà, ma al contrario ne costituisce per Makarenko il vero fondamento, poiché è la base su cui si fonda l’azione del collettivo, che a sua volta rende possibile la sicurezza del singolo. Nella società borghese, con la sua distinzione tra dominatori e dominati, la disciplina poteva essere intesa come una forma di oppressione, e colui che si ribellava in fondo riceveva la stima degli oppressi. Nella società comunista la distinzione tra oppressori ed oppressi non c’è più e l’indisciplina diviene una forma di ribellione alla società, ossia un comportamento immorale.
Per ottenere la disciplina non bastano le prediche e i discorsi; l’educatore e ancor più il collettivo hanno il diritto di ricorrere alla punizione, ma essa nemmeno è sufficiente per raggiungere quella disciplina piena che consiste nell’accettazione del collettivo. Essa per Makarenko è invece il risultato di tutta l’azione educativa, “de1l’educazione politica, della formazione del carattere, dei contrasti, dei conflitti e della soluzione dei conflitti del collettivo mediante amicizia e fiducia, nonchè di tutto il processo educativo in senso proprio, nel quale rientrano anche l’educazione fisica, lo sviluppo del corpo e via via”. E’ chiaro che le punizioni, pur necessarie, sono un momento di un processo più ampio, che coinvolge l’intero collettivo e l’intera prassi educativa.
L’aspetto più importante per la sopravvivenza del collettivo è la sua coesione interna, lo spirito di appartenenza e di solidarietà. Esso è garantito dalla condivisione dei valori sovietici e dalla grande strutturazione interna, ma un contributo importante viene anche dalle tradizioni, usanze nate spesso per caso che servono però a rafforzare lo spirito di corpo. In particolare, Makarenko considera importanti le tradizioni che richiamano la vita militare: l’uniforme, il culto della bandiera, gli squilli di tromba, le sentinelle armate eccetera. Queste tradizioni non costituiscono un’imposizione, ma rispondono ad un bisogno anche estetico dei giovani. Attraverso queste tradizioni il collettivo viene ad essere caratterizzato milutarmente, cosa che a Makarenko, ammiratore dell’Armata Rossa, non dispiace. L’estetica militare più che la preparazione militare vera e propria serve a raggiungere il massimo ordine del collettivo, ad evitare movimenti indesiderati, a far sì che tutti si muovano come un solo corpo. Il maestro Nell’educazione borghese la figura del maestro è fondamentale. L’educazione è fondata sulla relazione che si stabilisce tra il maestro e l’allievo, tra l’educatore e l’educando; la dimensione del collettivo è assente (la classe è un insieme di individui). In primo piano sono la personalità del maestro e quella dell’allievo. Nella prospettiva sovietica invece in primo piano viene il collettivo, che è la vera forza educativa, ed il maestro agisce prevalentemente come organizzatore del collettivo, senza mai sostituirsi ad esso. In quanto membro del collettivo, un ragazzo non è un educando, ma un cittadino sovietico. Per questo Makarenko evita qualsiasi intervento educativo individualizzato. Nei confronti dei giovani della Comune il pedagogista sovietico si pone come “uno più anziano che col suo aiuto e con la sua partecipazione lo guida nella vita”, e non come un maestro che si cura di lui individualmente. E’ questa la cosiddetta azione pedagogica parallela. L’educatore non incontra il singolo individuo, ma influisce su di lui attraverso la mediazione necessaria del collettivo. In questo modo l’azione educativa è diluita, per così dire, e non mette più capo all’educatore, che comunque resta il regista che segue con attenzione tutto ciò che accade.

Bibliografia

Le opere di Makarenko sono disponibili in italiano in edizioni recenti: Poema pedagogico. Materiali didattici 2007-2008, Nuova Cultura, Roma 2007; La pedagogia scolastica sovietica, Armando, Roma 2009; Consigli ai genitori, La Città del Sole, Reggio Calabria 2005. Non mancano gli studi, tra i quali segnalo: Aa. Vv., Makarenko “didattico” 2002-2009, Nuova Cultura, Roma 2009 e I bambini di Makarenko. Il poema pedagogico come “romanzo d’infanzia”, ETS, Pisa 2002, entrambi a cura di Nicola Siciliani de Cumis; V. Sarracino, Il poema pedagogico di Anton Semenovic Makarenko. L’educazione per una società futura, Liguori, Napoli 2004; F. Floris, La pedagogia familiare nell’opera di Anton Semënovic Makarenko, Aracne, Roma 2005. Per la biografia, si veda Vitalij Semënovic Makarenko, Anton S. Makarenko nelle memorie del fratello, Armando, Roma 1977.

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